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    September 17

    LA ZONA GRIGIA -Primo Levi-

    L’uomo tende costantemente a semplificare situazioni ed eventi, perché, senza questa opportuna semplificazione, il mondo risulterebbe soltanto «un groviglio infinito ed indefinito che sfiderebbe la nostra capacità di orientarci e di decidere le nostre azioni»  [Primo Levi, I sommersi e i salvati].

    La storia stessa è semplificata, ridotta in schemi, anche se spesso questi schemi non sono individuabili in modo univoco, ed è proprio per questo motivo che storici diversi spesso semplificano la storia in modi diversi. Rimane, però costante in noi l’esigenza di dividere il campo tra “noi” e “loro”, tra amico e nemico. Spesso questo confine tra bene e male non esiste: nel Lager non era possibile tracciare nessuna linea di confine tra vittima e carnefice, «il nemico era intorno ma anche dentro, il “noi” perdeva i suoi confini».

    Levi analizzando il modo con cui il nuovo arrivato (lo Zugang) veniva accolto dopo il suo arrivo nel campo, presenta una situazione paradossale: accadeva infatti raramente che lo Zugang venisse accolto «non dico come un amico, ma almeno come un compagno di sventura», spesso infatti gli anziani manifestavano nei suoi confronti un atteggiamento ostile.

    Molti sopravvissuti ricordano che i primi maltrattamenti provenivano non dalle SS, ma dagli stessi prigionieri (detti “prigionieri – funzionari”), cioè da coloro che vestivano la loro stessa tunica a zebra, che doveva collocarli nella classe delle vittime.

    L’insieme dei prigionieri–funzionari è «una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare”.

    Tutti i componenti di questa zona, sfocata ed incomprensibile, erano accomunati dalla volontà di consolidare e conservare il loro privilegio. In generale questi uomini erano esattamente come gli altri prigionieri, lavoravano e soffrivano quanto gli altri, e si sono piegati al compromesso, alla collaborazione con il nemico per mezzo litro di zuppa in più, per continuare a sopravvivere.

    Un caso limite di collaborazione è rappresentato dalle Squadre Speciali, il gruppo di prigionieri che aveva la gestione dei forni crematori: loro dovevano garantire l’ordine tra i nuovi arrivati, che dovevano essere introdotti nelle camere a gas, estrarre i cadaveri, trasportarli ai crematori per poi estrarre ed eliminare le ceneri.

    In questo caso però è impossibile parlare di vero e proprio privilegio, perché nessun uomo che aveva fatto parte di una Squadra Speciale poteva sopravvivere per raccontare.

    La forzata partecipazione ai comandi-speciali, con la quale agli Ebrei veniva affidato l’ingrato compito di uccidere altri Ebrei per ottenere in cambio qualche mese di “non morte”, rappresenta, per Levi, il crimine più spaventoso, perché, in questo modo, si fanno diventare colpevoli le vittime stesse, «si tentava di spostare sulle vittime il peso della colpa, talché, a loro sollievo non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti».

    Questo perché l’esistenza di questi organi conteneva implicitamente un forte e cruento messaggio :« Noi, il popolo dei Signori, siamo i vostri distruttori, ma voi non siete meglio di noi; se lo vogliamo, e lo vogliamo, noi siamo capaci di distruggere non solo i vostri corpi, ma anche le vostre anime, così come abbiamo distrutto le nostre ».

    Centrale è la scena, narrata da Miklos Nyszli, medico ungherese che è stato tra i pochi superstiti dell’ultima Squadra Speciale, della partita di calcio disputata tra una rappresentanza delle SS e una rappresentanza della Squadra Speciale: pare che per un solo istante si sia tornati alla normalità, anche se questa partita si sta giocando «davanti alle porte dell’inferno» e non su un tranquillo campo di un villaggio.

    Infatti soltanto con quelli che da Levi sono definiti i “corvi del crematorio”, le SS potevano scendere in campo alla pari e così facendo era come se potessero dire: «Ci siamo riusciti, non siete più l’altra razza … Vi abbiamo trascinato sul fondo con noi. Siete come noi: sporchi del vostro sangue come noi…».

    Nella “zona grigia”, Levi colloca anche un’altra figura, quella di Chaim Rumkowski, capo del getto di Lodz, in Polonia, dal 1940 al 1944, quando i pochi Ebrei scampati alla deportazione, furono liberati dall’Armata Rossa.

    Il ghetto di Lodz era per i tedeschi una fonte molto utile di lavoro, poiché rappresentava la possibilità di sfruttare a costi praticamente nulli la manodopera ebrea; proprio a Rumkowski venne dato l’ordine di costruire fabbriche e organizzare il lavoro degli Ebrei. Egli era convinto che il lavoro avrebbe portato gli abitanti del Ghetto a diventare indispensabili per l’economia tedesca e per questo si trasformò in un vero e proprio dittatore; ma alla fine la sua politica risultò fallimentare.

    Verso la fine della primavera del 1944 i tedeschi decisero di liquidare definitivamente il ghetto e fu lo stesso Rumkowski, divenuto ormai solo uno strumento nelle mani dei tedeschi, a selezionare le persone destinate al campo di concentramento.                                                                                                                           

    Levi dice che come Rumkowski, «anche noi siamo così abbagliati dal potere da dimenticare la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori del recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno».  

    September 02

    MA OCCORRE VERAMENTE ESSERE SIMILI ALL'UOMO PER MERITARE RISPETTO?

    A cominciare dagli anni settanta ha incominciato a diffondersi un vivace dibattito sulla questione dei “diritti degli animali”. Questa nuova problematica apparve subito molto rilevante e la sua importanza è documentata concretamente dal proliferare di molteplici organizzazioni – dalle leghe nazionali per i diritti animali (es. Lida) fino all’ Animal Liberation Front – che appaiono accomunate da un comune impegno etico - politico e da un unico obiettivo, cioè fare breccia nella comunità scientifica per giungere all'abolizione di pratiche come la vivisezione.

    Oltre a queste associazioni, il movimento dei diritti degli animali fu alimentato dall’opera di alcuni filosofi, quali l'americano Tom Regan e l'australiano Peter Singer, ma anche gli italiani Luisella Battaglia e  Silvana Castiglione: il loro scopo era quello di presentare una nuova visione della filosofia in cui anche agli animali venivano attribuiti diritti, quali la vita, il benessere e un equo trattamento. Anche se è opportuno sottolineare che l’interesse dei filosofi per la “questione animale” non è una novità assoluta. In particolare le premesse teoriche per l’attuale movimento per i diritti possono essere rintracciate nell’umanitarismo illuminista, in  pensatori come Voltaire e Bentham che chiesero l’estensione di un atteggiamento di tipo umanitario alle altre specie: anche grazie al loro intervento, vennero approvate nuove leggi e si attenuarono le peggiori forme di crudeltà.

    Ma la prima volta in cui si è parlato di diritti animali è stato nel 1792, quando il filosofo neoplatonico Thomas Taylor scrisse un testo intitolato Vindication of the Rights of Brutes, col preciso intento di confutare l’opera di Mary Wollstonecraft, The Rights of Woman del 1791. Taylor sosteneva che se dovevano essere concessi diritti alle donne, allora dovevano essere riconosciuti anche agli animali, in quanto donne e animali non sono altro che natura, esseri irrazionali, privi di anima e di dignità. Tuttavia, il primo testo significativo riguardo ai “diritti degli animali” apparve esattamente un secolo dopo quello di Thomas Taylor, infatti nel 1892 il filosofo inglese Henry Salt pubblica Animals’ Rights , basato su un’impostazione radicalmente nuova e rivoluzionaria del rapporto uomo/animale. Henry Salt, già impegnato nella lotta contro la pena di morte e nella rivendicazione dei diritti delle donne, elabora un’ideologia animalista che porterà nel corso degli anni ad un interesse  sempre più significativo nei confronti di questa problematica.

    Secondo Salt, “gli animali hanno diritti e tali diritti consistono nella limitata  libertà di vivere una vita naturale – una vita, cioè che consenta lo sviluppo individuale – soggetta alle limitazioni imposte dai permanenti bisogni e interessi della comunità” (Animal’s rights).  Per sostenere la propria tesi, Henry Salt parte dall’idea che se agli uomini vengono accordati dei diritti, questi devono riguardare anche gli animali. Infatti, non è possibile ottenere piena giustizia per le razze inferiori finché si continueranno a considerare come esseri di un ordine completamente diverso, ignorando gli innumerevoli punti di affinità con il genere umano. Quindi la sola soluzione è l’inserimento delle razze inferiori entro l’ambito dell’umana simpatia. Infatti oppressione e crudeltà sono, secondo Salt, fondate su una mancanza di immaginazione simpatica: “il tiranno o il torturatore non possono provare alcun vero senso di affinità nei confronti della vittima della loro ingiustizia. Ma una volta che il senso di simpatia è risvegliato, risuona la campana a morto per la tirannia, e il definitivo riconoscimento dei diritti è semplicemente una questione di tempo”(Animal’s rights).  Con questo esempio, Salt rende esplicita l’analogia tra l’attuale condizione degli animali e la situazione precedente degli schiavi: la stessa esclusione dal comune ambito dell’umanità e le stesse falsità per giustificare l’oppressione. Il riferimento alla schiavitù non è una novità, infatti lo stesso Bentham aveva ricorso al parallelismo tra schiavitù umana e il medesimo fatto imposto agli animali: “gli schiavi sono stati tenuti dalla legge esattamente nella stessa condizione in cui in Inghilterra, per esempio, sono ancora tenute le specie inferiori degli animali”. Inoltre Salt risponde a coloro che consideravano i diritti degli animali antagonisti ai diritti degli uomini, sostenendo che ingiustizia contro gli animali e ingiustizia contro l’uomo sono legate inscindibilmente, dato che “rinunciare ai principi di umanità significa inevitabilmente la perdita dell’umanità stessa”. 

    L’ispirazione libertaria di Henry Salt si ritrova quasi un secolo dopo nel libro di Peter Singer, un filosofo utilitarista australiano che, nel 1975 ha pubblicato Animal Liberation, vero e proprio manifesto del movimento per i diritti degli animali. Anche questo testo riguarda la tirannia degli umani sui non umani, tirannia che, secondo Singer, ha causato e sta ancora causando una somma di pene e sofferenze paragonabili solo con quella prodotta da secoli di tirannia esercitata dai bianchi sui neri. Come Salt, anche Singer sostiene l’esigenza di estendere gli standards morali validi tra esseri umani agli altri animali e la richiesta di applicare il postulato di eguaglianza universale anche ai non appartenenti alla nostra specie. Infatti lo scopo della teoria della liberazione animale è il superamento del pregiudizio e della discriminazione che l’uomo attua nei confronti di una specie diversa da quella umana, basandosi  appunto su un criterio - la specie – vacuo e arbitrario, allo stesso modo della razza. Dunque se da una parte Singer propone la fine dello specismo, dall’altra auspica l’abbandono dell’antropocentrismo e dell’idea - di matrice religiosa - che sino ad ora ha visto l’uomo padrone indiscutibile ed indiscusso della natura. La richiesta, da parte di Singer, del riconoscimento dei diritti agli animali non  deve essere soltanto una conseguenza di un atto di benevolenza o d’amore per gli stessi, ma di una richiesta di giustizia, di un appello a principi morali universalmente accettati, la cui applicazione è richiesta dalla ragione, non dal sentimento: “Semplicemente vogliamo che gli animali siano trattati come gli esseri senzienti, indipendenti quali sono, e non come mezzi per i fini umani”. Il principio di eguaglianza su cui si basa la teoria di Singer è: “tutti gli animali sono eguali”, ma questa affermazione naturalmente non comporta la negazione delle differenze che esistono tra umani e non umani, le quali comportano la nascita di diversi diritti. Quindi, ciò che richiede Singer non è un’eguaglianza di trattamento, ma un’eguale considerazione degli interessi e il principio su cui si fonda  è la sensibilità, cioè la capacità di provare piacere o dolore, caratteristica comune agli animali, umani e non: “ Quale che sia la natura dell’essere, il principio di eguaglianza richiede che la sua sofferenza sia valutata quanto l’analoga sofferenza di un altro essere” (Peter Singer, Tutti gli animali sono eguali).

    Se, per Singer, il parallelismo tra umani e non umani avviene entro una prospettiva utilitaristica sulla base del riconoscimento del comune carattere di “esseri senzienti”, una posizione analoga è sostenuta dal filosofo giusnaturalista statunitense Tom Regan, che rivendica l’estensione ai non umani della qualifica di persone, titolari di diritti fondamentali. Per sostenere la propria tesi Regan si avvale di una teoria dei diritti, fondata sull’idea di valore intrinseco degli individui, un tipo di valore in sé, riferibile sia agli umani, sia ai non umani, all'infuori della loro utilità e abilità, quindi prescindendo dal loro valore strumentale: “Gli esseri umani hanno valore non perché e non finché servono a qualcosa. Essi hanno un tipo di valore intrinseco”(Tom Regan, Animal Rights and Human Wrong). 

    Inoltre Regan riprende la tesi di Henry Salt, sostenendo che se gli umani hanno dei diritti, allora li hanno anche gli animali, in quanto “tutti gli argomenti utilizzabili a sostegno dell’affermazione per cui tutti gli esseri umani possiedono un diritto naturale alla vita, possono essere utilizzati per dimostrare che anche gli animali lo possiedono”.(T.Regan, Il diritto di vivere). Sostenendo l’esistenza di un valore intrinseco agli animali, ne consegue il principio del rispetto, secondo il quale è necessario trattare gli individui dotati di questo valore in modo tale che questo venga rispettato.

    Comune a tutti questi filosofi è il totale rifiuto dell’antropocentrismo assoluto, cioè quel modello ideologico che tende a legittimare tutti quei comportamenti che portano allo sfruttamento e all’oppressione degli animali. Ed  proprio il concetto del “valore intrinseco”degli animali espresso da Tom Regan, dovrebbe favorire l’affermazione di certi loro fondamentali diritti e soprattutto dovrebbe fondare un egualitarismo interspecifico. Il non avere alcun diritto, per gli animali, non significa soltanto non godere di nessuna tutela dal punto di vista giuridico, ma soprattutto essere soggetti ad un oppressione illimitata. Infatti, come sostiene Silvana Castiglione “l’impiego della nozione di diritto soggettivo e l’attribuzione di diritti agli animali costituirebbe uno strumento giuridico psicologicamente molto efficace per la loro salvaguardia”(S. Castiglione, Introduzione a I diritti degli animali).

    Però, con la tesi dell’egualitarismo interspecifico di Regan, come sostiene Luisella Battaglia, non soltanto si tende ad assimilare l’animale all’uomo, ma addirittura viene “sublimato a persona”; quindi per far sì che l’animale non venga considerato soltanto un oggetto, sembra che l’unica possibilità sia quella di renderlo simile all’uomo. Ma occorre veramente essere simili all’uomo per meritare il rispetto? Bisogna innanzitutto “de – umanizzare” l’animale, altrimenti si rischia di rafforzare quell’antropocentrismo che si voleva respingere. La rinuncia dell’antropocentrismo implica soprattutto il “rifiuto di inventare false identità per gli animali e l’accettazione integrale della loro alterità”. Luisella Battaglia sostiene infatti la necessità di superare la concezione dell’umano come paradigma unico: bisogna prima di tutto rivendicare e difendere la diversità dell’animale, per poter esigerne il rispetto. Infatti, non significa realmente rispettare l’altro solo nella misura in cui è simile a noi. Il rispetto verso ai non umani deve quindi fondarsi su una filosofia della diversità, in grado di riconoscere il valore e garantire i diritti degli animali in quanto tali e non in quanto umanizzabili.

    Una delle prime manifestazioni concrete che hanno aperto un varco verso una maggiore sensibilità nei confronti di una problematica così importante è la proclamazione, il 15 ottobre 1978 presso la sede dell’UNESCO a Parigi, della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale”; il testo è stato redatto nel corso di numerose riunioni internazionali, a cui hanno partecipato numerose personalità appartenenti al mondo scientifico, giuridico e filosofico, ma soprattutto le principali associazioni mondiali di protezione animale, tra queste la L.I.D.A.  

    DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DEGLI ANIMALI

     

    PREMESSA

     

    Considerato che ogni animale ha dei diritti; considerato che il disconoscimento e il disprezzo di questo diritti hanno portato e continuano a portare l’uomo a commettere dei crimini contro la natura e contro gli animali; considerato che il riconoscimento da parte della specie umana del diritto all’esistenza delle altre specie animali costituisce il fondamento della coesistenza delle specie del mondo; considerato che genocidi sono perpetrati dall’uomo e altri ancora se ne minacciano; considerato che il rispetto degli animali da parte dell’uomo è legato al rispetto degli uomini tra loro; considerato che l’educazione deve insegnare sin dall’infanzia a osservare, comprendere, rispettare a amare gli animali;

     

    Si proclama:

     

    Art. 1

     

    Tutti gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all’esistenza.

     

    Art. 2

     

    a)      Ogni animale ha diritto al rispetto.

    b)      L’uomo, in quanto specie animale, non può attribuirsi il diritto di sterminare gli altri animali, o di sfruttarli violando questo diritto. Egli ha il dovere di mettere le sue conoscenze al servizio degli animali.

    c)      Ogni animale ha diritto alla considerazione, alle cure e alla protezione dell’uomo.

     

     

     

    Art. 3

     

    a)      Nessun animale dovrà essere sottoposto a maltrattamenti e ad atti crudeli.

    b)      Se la soppressione di un animale è necessaria, deve essere istantanea, senza dolore, né angoscia.

     

    Art. 4

     

    a)      Ogni animale che appartiene a una specie selvaggia ha il diritto di vivere libero nel suo ambiente naturale, terrestre, aereo o acquatico e ha il diritto di riprodursi.

    b)      Ogni privazione di libertà, anche se ha fini educativi, è contraria a questo diritto0.

     

    Art. 5

     

    a)      Ogni animale appartenente ad una specie che vive abitualmente nell’ambiente dell’uomo ha il diritto di vivere e crescere secondo il ritmo e nelle condizioni di vita e di libertà che sono proprie della sua specie.

    b)      Ogni modifica di questo ritmo e di queste condizioni imposta dall’uomo a fini mercantili è contraria a questo diritto.

     

    Art. 6

     

    a)      Ogni animale che l’uomo ha scelto per compagno a diritto ad una durata della vita conforme alla sua naturale longevità.

    b)      L’abbandono di un animale è una atto crudele e degradante.

     

    Art. 7

     

    Ogni animale che lavora ha diritto ha ragionevoli limitazioni di durata e intensità di lavoro, ad una alimentazione adeguata e al riposo.

     

    Art. 8

     

    a)      La sperimentazione animale che implica una sofferenza fisica e psichica è incompatibile con i diritti dell’animale sia che si tratti di una sperimentazione medica, scientifica, commerciale, sia di ogni altra forma di sperimentazione.

    b)      Le tecniche sostitutive devono essere utilizzate e sviluppate.

     

    Art. 9

     

    Nel caso che l’animale sia allevato per l’alimentazione, deve essere nutrito, alloggiato, trasportato e ucciso senza che per lui ne risulti ansietà e dolore.

     

    Art. 10

     

    a)      Nessun animale deve essere usato per il divertimento dell’uomo.

    b)      Le esibizioni di animali e gli spettacoli che utilizzano degli animali sono incompatibili con la dignità dell’animale.

     

     

     

    Art. 11

     

    Ogni atto che comporti l’uccisione di un animale senza necessità è un biocidio, cioè un delitto contro la vita.

     

    Art. 12

     

    a)      Ogni atto che comporti l’uccisione di un gran numero di animali selvaggi è un genocidio, cioè un delitto contro la specie.

    b)      L’inquinamento e la distruzione dell’ambiente naturale portano al genocidio.

     

    Art. 13

     

    a)      L’animale morto deve essere trattato con rispetto.

    b)      Le scene di violenza cui gli animali sono vittime devono essere proibite al cinema e alla televisione, a meno che non abbiano come fine di mostrare un attentato ai diritti dell’  animale.

     

    Art. 14

     

    a)      Le associazioni di protezione e di salvaguardia degli animali devono essere rappresentare a livello governativo.

    b)      I diritti degli animali devono essere difesi dalla legge come i diritti dell’uomo.

     

     

     

     
    September 01

    CONTRO

    Contro i fucili, i carri armati e le bombe

    contro le giunte militari , le tombe

    contro il cielo che ormai è pieno di tanti ordigni nucleari

    contro tuti i capi al potere che non sono ignari

    Contro i massacri di Sabra e Chatila

    contro i folli martiri dell'Ira

    contro inique  sanzioni , crociate americane

    per tutta la gente che soffre e muore di fame

    contro chi tiene la gente col fuoco

    contro chi comanda e ha in mano i gioco

    contro chi parla di fratellanza, amore,libertà

    e poi finanzia guerre e atrocità

    contro il razzismo sudafricano

    contro la destra del governo israeliano

    contro chi ha commesso stragi ,  pagato ancora  non ha

    per tutta la gente ormai stanca che vuole verità

    contro tutte le intolleranze

    contro chi soffoca le speranze

    contro tutti i fondamentalismi e i nuovi imperialismi

    contro la poca memoria della storia

    contro chi fa credere la guerra un dovere

    contro chi vuole dominio e potere

    contro le medaglie all'onore alla santità

    PER TUTTA LA GENTE CHE GRIDA LIBERTA'!

    August 18

    I cammelli al galoppo nella cruna dell'ago -Eugenio Scalfari-

    IL FAMILISMO è la base della società italiana, così ha scritto ieri su questo giornale Francesco Merlo e tutti concordiamo con lui. Lo è nel bene e nel male. Tutti siamo figli di mamma - si dice e si sa - e di mamma ce n'è una sola; a lei si ricorre anche nell'età adulta per ritrovare serenità, conforto, ristoro ed anche, con l'avanzare degli anni, per proteggerla e accompagnarla affinché non si senta sola in vista dell'ultimo appuntamento.

    Familismo non è necessariamente sinonimo di famiglia. Il primo è un modo d'essere e di sentire, la seconda è un'istituzione convalidata da un contratto che per i cattolici realizza anche un sacramento. Spesso però quei due termini coincidono ibridandosi reciprocamente. Quando questa compenetrazione avviene la micro-istituzione familiare si chiude a riccio, esclude e non include, rischiando di diventare omertosa e di far prevalere la difesa dei propri confini sulla solidarietà civica e perfino sull'amore del prossimo.

    Le società profondamente cristiane - se ancora ce ne sono - conoscono questo contrasto che ha le sue radici addirittura nella predicazione di Gesù di Nazareth. Dopo aver incitato i discepoli e il popolo che lo seguiva all'amore e alla carità, egli aggiunse: "Voi credete che io sia venuto a portare la pace ma io ho portato la spada. Io metterò il padre contro il figlio, la figlia contro la madre, il fratello contro il fratello. Chi verrà con me abbandonerà la famiglia. La mia famiglia non sono mio padre e mia madre ma siete voi che credete in me".

    È un passo dei Vangeli molto controverso che ha una sola interpretazione possibile: Gesù pone se stesso come simbolo di carità e amor del prossimo e vede i legami familiari e l'egoismo di gruppo che li può intridere come una barriera da abbattere se il cristiano vuole aprirsi al comandamento dell'amore del prossimo. In questa visione la famiglia, luogo di amore, non può che essere aperta e inclusiva. Se non lo è il Maestro esorta i suoi seguaci ad abbattere il muro che la protegge e ad aprire le braccia e il cuore al Dio della misericordia, della tenerezza, del bene.

    Noi laici, ma non ghibellini, vorremmo che questa fosse la visione della famiglia che ha radunato ieri, in piazza San Giovanni, una gran folla di persone per iniziativa di molte associazioni cattoliche, dei preti e dei Vescovi italiani. I promotori di quel raduno hanno sostenuto che proprio questa è stata la sua motivazione. E poiché l'istituzione familiare vive nel nostro tempo e deve sopperire ai bisogni e alle sfide quotidiane, gli obiettivi concreti della manifestazione sono stati anche quelli di premere sul governo affinché delinei una politica di sostegno economico alle famiglie per renderle più sicure del loro futuro e indurle anche per questa via a crescere e a moltiplicarsi.

    Ebbene, spiace dirlo ma le cose ieri pomeriggio non sono andate così. Né era possibile - ammettetelo - che quella moltitudine non fosse strumentalizzata. Basta aver visto con quale entusiasmo sono stati accolti prima Fini e poi Berlusconi. Basta aver ascoltato le parole pronunciate da quest'ultimo un minuto prima di fare la sua comparsa e incassare l'ovazione che gli è stata tributata dalla piazza di San Giovanni.

    "Io sono qui" ha detto "per testimoniare che i veri cattolici non possono stare a sinistra; non possono stare con i comunisti che hanno ridotto la Chiesa al silenzio e ancora vorrebbero ridurre la religione a un fatto privato. Io sono qui per far sì che la Chiesa possa liberamente parlare e affermare la propria verità e i propri valori che sono anche i nostri".

    E così è stato servito il buon Pezzotta, organizzatore ufficiale del raduno, affannatosi per settimane a rassicurare che nessun colore politico avrebbe prevalso in quella piazza e in quella moltitudine, che cattolici e non cattolici avrebbero potuto e dovuto affratellarsi in nome della famiglia, dei suoi diritti e dei suoi doveri.
    Se Pezzotta - come ci ostiniamo a sperare per lui - è un uomo di buona fede, dovrebbe aver passato una pessima nottata nel constatare che i suoi sforzi sono stati ridicolizzati dalla realtà. Oppure - se si rallegrerà per quanto è accaduto - dovremo concludere che ha tentato di prendere in giro gli italiani che la pensano diversamente dalle piazzate berlusconiane.

    Che Pezzotta sia un ingenuo si può anche concedere, ma sono altrettanto ingenui i vescovi della Conferenza episcopale? E il papa che anche dal Brasile ha seguito con attenta intenzione la manifestazione romana? (Apprendo ora dal telegiornale che Pezzotta con aria felice ha detto: "Il papa sarà contento di questa giornata". Tanto ingenuo dunque non è).

    In realtà il Vaticano e le diocesi italiane stanno assordando da anni gli italiani con lo sventolio dei loro interessi e dei valori usati per ricoprirli. Hanno trasformato la Chiesa italiana nella più potente delle "lobby". Hanno voluto il raduno di Roma per mettere in scena una prova di forza politica e muscolare. Hanno attinto a piene mani ai fondi provenienti dall'8 per mille versato nelle loro casse dallo Stato italiano. Stanno risuscitando il clericalismo e l'anticlericalismo. Sono entrati a gamba tesa nell'agone politico a dispetto della lettera e dello spirito del Concordato.

    Questo è accaduto ieri. Non vorremmo usare parole gravi ma la giornata di ieri ha indebolito la democrazia italiana. Non perché tanta gente si sia riunita per far sentire la sua adesione ai valori e agli interessi delle famiglie; ma perché quella stessa gente è stata manipolata dalle destre e dalla Chiesa in perfetta sintonia tra loro. Trono e altare, come ai vecchi tempi.
    Vengono in mente i farisei denunciati da Gesù come sepolcri imbiancati e viene in mente anche la biografia privata di molti capi della destra a cominciare dal suo leader massimo.

    Ho già detto: non siamo ghibellini. Ma sentiamo che forze potenti ci spingono a diventarlo. Siamo contro chi volesse ridurre la Chiesa al silenzio, anche se non c'è nessuno che lo voglia. Ma siamo soprattutto contro chi sta riducendo al silenzio i laici e facendo a pezzi la laicità.

    * * *

    Da questo punto di vista bene hanno fatto i radicali e quanti ne hanno condiviso l'iniziativa a promuovere il raduno del "coraggio laico" a piazza Navona. La sproporzione delle forze in campo era evidente e proprio per questo è stata usata la parola coraggio.
    Il grosso del centrosinistra era assente. In ascolto, hanno detto i suoi leader. Ebbene, ora hanno ascoltato. Di incoraggiamenti per una politica di sostegno finanziario alle famiglie non c'era bisogno: una parte delle scarse risorse disponibili è già stata impegnata dal governo in quella direzione; altre provvidenze saranno decise nel convegno di Firenze promosso dal governo e Rosy Bindi.

    Resta l'accoppiata tra la Chiesa italiana e la destra, fragorosamente espressa da mesi e culminata nella giornata di ieri. Si spera che i leader del Partito democratico abbiano ascoltato con profitto e che almeno un briciolo di coraggio laico sia penetrato nelle loro menti.

    Gesù di Nazareth rovesciò i tavoli dei mercanti e li scacciò a frustate dal Tempio. Gesù di Nazareth predicava la pace ma sapeva usare la spada quando fosse necessario.

    Ha detto tante cose Gesù di Nazareth. Forse i laici dovrebbero promuovere un raduno di massa intitolato al suo nome per vedere fino a che punto la Chiesa di oggi abbia ancora il diritto di usarlo e non parli invece sempre di più con lingua biforcuta. Per vedere se il ritorno al nuovo temporalismo sia un fatto positivo o negativo per il sentimento religioso. Per vedere se i papisti di oggi lottino ancora affinché gli ultimi siano i primi. Infine per capire se i cammelli riescano a passare nella cruna dell'ago o se quella cruna non sia diventata una ampia autostrada dove i cammelli transitano al galoppo con tutto il carico delle loro ricche mercanzie.

    Sì, bisognerebbe proprio farlo un raduno di massa su Gesù di Nazareth. Non credo che il trono e l'altare uniti insieme siano di suo gusto, figlio dell'Uomo o figlio di Dio che lo si voglia considerare.


    (13 maggio 2007)
    August 15

    Il disertore

     

    Il disertore

     

    In piena facoltà,

    Egregio Presidente,

    le scrivo la presente

    che spero leggerà.

    La cartolina qui mi dice terra terra

    Di andare a far la guerra

    Quest’altro lunedì.

    Ma io non sono qui

    Egregio Presidente

    Per ammazzar la gente

    Più o meno come me.

    Io non ce l’ho con lei,

    sia detto per inciso,

    ma sento che ho deciso

    e che diserterò.

    Ho avuto solo guai

    Da quando sono nato

    E i figli che ho allevato

    Han pianto insieme a me.

    Mia mamma e mio papà

    Ormai son sotto terra

    E a loro della guerra

    Non gliene fregherà.

    Quand’ero in prigionia

    Qualcuno mi ha rubato

    Mia moglie, il mio passato,

    la mia migliore età.

    Domani mi alleerò

    E chiuderò la porta

    Sulla stagione morta

    E mi incamminerò.

    Vivrò di carità

    Sulle strade di Spagna

    Di Francia e di Bretagna

    E a tutti griderò

    Di non partire più

    E di non obbedire

    Per andare a morire

    Per non importa chi.

    Per cui se servirà

    Del sangue ad ogni costo

    Andate a dare il vostro

    Se vi divertirà

    E dica pure ai suoi,

    se vengono a cercarmi,

    che possono spararmi,

    io armi non ne ho.
     
    -Boris Vian- 
     

    E per sempre lo amerà...

    Ha trentotto anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà una donna che , da sempre, è la sua donna.
    Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità.
    Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei?
    Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
    -Ti aspettavo
    Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni- i giorni, gli istanti- che quel'uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell'uomo
    -Tu sei matto
     
    E per sempre lo amerà.
     
     
       "Oceano Mare" 
     
    Alessandro Baricco