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September 17 LA ZONA GRIGIA -Primo Levi-L’uomo tende costantemente a semplificare situazioni ed eventi, perché, senza questa opportuna semplificazione, il mondo risulterebbe soltanto «un groviglio infinito ed indefinito che sfiderebbe la nostra capacità di orientarci e di decidere le nostre azioni» [Primo Levi, I sommersi e i salvati]. La storia stessa è semplificata, ridotta in schemi, anche se spesso questi schemi non sono individuabili in modo univoco, ed è proprio per questo motivo che storici diversi spesso semplificano la storia in modi diversi. Rimane, però costante in noi l’esigenza di dividere il campo tra “noi” e “loro”, tra amico e nemico. Spesso questo confine tra bene e male non esiste: nel Lager non era possibile tracciare nessuna linea di confine tra vittima e carnefice, «il nemico era intorno ma anche dentro, il “noi” perdeva i suoi confini». Levi analizzando il modo con cui il nuovo arrivato (lo Zugang) veniva accolto dopo il suo arrivo nel campo, presenta una situazione paradossale: accadeva infatti raramente che lo Zugang venisse accolto «non dico come un amico, ma almeno come un compagno di sventura», spesso infatti gli anziani manifestavano nei suoi confronti un atteggiamento ostile. Molti sopravvissuti ricordano che i primi maltrattamenti provenivano non dalle SS, ma dagli stessi prigionieri (detti “prigionieri – funzionari”), cioè da coloro che vestivano la loro stessa tunica a zebra, che doveva collocarli nella classe delle vittime. L’insieme dei prigionieri–funzionari è «una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare”. Tutti i componenti di questa zona, sfocata ed incomprensibile, erano accomunati dalla volontà di consolidare e conservare il loro privilegio. In generale questi uomini erano esattamente come gli altri prigionieri, lavoravano e soffrivano quanto gli altri, e si sono piegati al compromesso, alla collaborazione con il nemico per mezzo litro di zuppa in più, per continuare a sopravvivere. Un caso limite di collaborazione è rappresentato dalle Squadre Speciali, il gruppo di prigionieri che aveva la gestione dei forni crematori: loro dovevano garantire l’ordine tra i nuovi arrivati, che dovevano essere introdotti nelle camere a gas, estrarre i cadaveri, trasportarli ai crematori per poi estrarre ed eliminare le ceneri. In questo caso però è impossibile parlare di vero e proprio privilegio, perché nessun uomo che aveva fatto parte di una Squadra Speciale poteva sopravvivere per raccontare. La forzata partecipazione ai comandi-speciali, con la quale agli Ebrei veniva affidato l’ingrato compito di uccidere altri Ebrei per ottenere in cambio qualche mese di “non morte”, rappresenta, per Levi, il crimine più spaventoso, perché, in questo modo, si fanno diventare colpevoli le vittime stesse, «si tentava di spostare sulle vittime il peso della colpa, talché, a loro sollievo non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti». Questo perché l’esistenza di questi organi conteneva implicitamente un forte e cruento messaggio :« Noi, il popolo dei Signori, siamo i vostri distruttori, ma voi non siete meglio di noi; se lo vogliamo, e lo vogliamo, noi siamo capaci di distruggere non solo i vostri corpi, ma anche le vostre anime, così come abbiamo distrutto le nostre ». Centrale è la scena, narrata da Miklos Nyszli, medico ungherese che è stato tra i pochi superstiti dell’ultima Squadra Speciale, della partita di calcio disputata tra una rappresentanza delle SS e una rappresentanza della Squadra Speciale: pare che per un solo istante si sia tornati alla normalità, anche se questa partita si sta giocando «davanti alle porte dell’inferno» e non su un tranquillo campo di un villaggio. Infatti soltanto con quelli che da Levi sono definiti i “corvi del crematorio”, le SS potevano scendere in campo alla pari e così facendo era come se potessero dire: «Ci siamo riusciti, non siete più l’altra razza … Vi abbiamo trascinato sul fondo con noi. Siete come noi: sporchi del vostro sangue come noi…». Nella “zona grigia”, Levi colloca anche un’altra figura, quella di Chaim Rumkowski, capo del getto di Lodz, in Polonia, dal 1940 al 1944, quando i pochi Ebrei scampati alla deportazione, furono liberati dall’Armata Rossa. Il ghetto di Lodz era per i tedeschi una fonte molto utile di lavoro, poiché rappresentava la possibilità di sfruttare a costi praticamente nulli la manodopera ebrea; proprio a Rumkowski venne dato l’ordine di costruire fabbriche e organizzare il lavoro degli Ebrei. Egli era convinto che il lavoro avrebbe portato gli abitanti del Ghetto a diventare indispensabili per l’economia tedesca e per questo si trasformò in un vero e proprio dittatore; ma alla fine la sua politica risultò fallimentare. Verso la fine della primavera del 1944 i tedeschi decisero di liquidare definitivamente il ghetto e fu lo stesso Rumkowski, divenuto ormai solo uno strumento nelle mani dei tedeschi, a selezionare le persone destinate al campo di concentramento. Levi dice che come Rumkowski, «anche noi siamo così abbagliati dal potere da dimenticare la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori del recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno». TrackbacksThe trackback URL for this entry is: http://cid-bf4c6a7f9f52c578.spaces.live.com/blog/cns!BF4C6A7F9F52C578!175.trak Weblogs that reference this entry
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